Torino-Roma
Torino-Roma: vista dalla Maratona
Amiche e amici granata, non ci siamo.
Quattro giornate di campionato non bastano per emettere sentenze definitive. Bastano però per capire se una squadra ha un’identità chiara oppure se sta cercando di fare qualcosa che non può permettersi. E il Torino visto in questo avvio di stagione appartiene purtroppo alla seconda categoria.
Caro Abate, non metterci del tuo per complicare il cammino di una rosa già limitata tecnicamente e con poche certezze. L’umiltà dovrebbe essere il primo requisito di chi arriva su una panchina importante. Invece si ha l’impressione che tu stia sopravvalutando sia le tue idee sia il materiale umano che hai a disposizione (al netto della tua grinta, che piace).
Non puoi invitare la Roma a venirti a prendere nella tua area di rigore quando i tuoi difensori non hanno né i piedi né le caratteristiche per uscire dal pressing con qualità. È un errore che avevamo già visto contro il Monza. Cambia l’avversario, cambia il livello tecnico, ma il principio è lo stesso. Il Monza ti aveva già mostrato i rischi di questa impostazione. La Roma li ha semplicemente puniti con maggiore qualità.
Il calcio delle idee è affascinante. Costruzione dal basso, fraseggio, uscita palla pulita. Bellissimo. Ma prima vengono gli uomini che devono mettere in pratica quelle idee. Se non hai gli interpreti adatti, devi adattarti. Devi essere pragmatico. Devi fare il massimo con quello che hai, non con quello che vorresti avere.
Anche alcune scelte individuali lasciano parecchi dubbi.
Tieni fuori Cacciamani probabilmente per una questione di equilibrio e di copertura difensiva. Una scelta che può avere una logica. Peccato che poi venga schierato un giocatore che difende poco più di lui e che, a differenza sua, non ti offre praticamente nulla in fase offensiva. A quel punto tanto vale rischiare con Cacciamani, che almeno una giocata, un’accelerazione o un cross può provare a metterli.
Davanti, poi, il nulla.
L’attacco del Torino continua a essere un deserto. Occasioni pochissime. Pericoli quasi nulli. E se le rare opportunità che costruisci vengono anche sbagliate, diventa difficile pensare di vincere le partite.
Ancora più difficile se continui a regalare gol agli avversari.
Anche contro la Roma il Torino è andato sotto. Ancora una volta costretto a rincorrere. Ancora una volta chiamato a recuperare una situazione complicata.
E il dato più preoccupante è forse un altro: dopo quattro giornate il Torino è andato in svantaggio in tutte e quattro le partite. Può capitare una volta, può capitare due. Quando succede sempre non si tratta più di episodi o di sfortuna. Diventa un problema strutturale. Significa che qualcosa non funziona nell’approccio alle gare, nella gestione dei momenti chiave e nella capacità di restare concentrati. Nessuna squadra può pensare di costruire una stagione tranquilla iniziando ogni domenica con un handicap.
Ma sarebbe troppo facile fermarsi ad Abate.
Perché anche i singoli hanno le loro responsabilità.
Vogliamo parlare di Gineitis? Vogliamo parlare di Perry? Due giocatori che, ogni volta che scendono in campo, lasciano più dubbi che certezze. Due giocatori dai quali ci si aspetta un salto di qualità che continua a non arrivare. Prestazioni anonime, errori tecnici, poca personalità nei momenti in cui servirebbe invece qualcuno capace di prendersi delle responsabilità.
E poi c’è Simeone.
Un giocatore rimasto a Torino più per necessità che per convinzione. Perché per sostituirlo sarebbe stato necessario mettere mano al portafoglio e investire milioni che evidentemente nessuno aveva intenzione di spendere.
Che Simeone sia rimasto controvoglia è una sensazione che molti tifosi hanno avuto. Sul suo impegno quotidiano lasciamoci almeno il beneficio del dubbio, perché giudicare il lavoro settimanale da fuori sarebbe scorretto. Ma quello che vediamo la domenica è un giocatore lontano dalla versione che il Torino avrebbe bisogno di avere in campo.
E quando una squadra ha problemi di qualità, di personalità e di carattere, non possono essere soltanto allenatore e società a finire sotto accusa. Anche chi scende in campo deve iniziare a dare qualcosa in più.
Perché dietro a tutto questo c’è sempre il solito problema. Il problema che da vent’anni accompagna il Torino. Il problema che cambia allenatori, direttori sportivi e giocatori, ma resta sempre lì.
Urbano Cairo.
Ogni estate sentiamo la stessa storia. Mercato intelligente. Mercato sostenibile. Mercato delle opportunità. Poi però arriva il campionato e il Torino si presenta con le stesse lacune. Pochi giocatori di qualità. Pochi uomini capaci di saltare l’uomo. Pochi gol. Pochi leader.
Si cambia il nome dell’allenatore, ma la sostanza resta identica.
Prima Juric, poi Vanoli, adesso Abate (certo anche Baroni e D’aversa). Domani chissà chi. Ma il copione è sempre quello: si chiede all’allenatore di fare miracoli con una rosa costruita al risparmio, incompleta nei ruoli chiave e sistematicamente inferiore a quella delle concorrenti dirette.
La realtà è che questo Torino continua a essere progettato per sopravvivere, non per crescere.
E quando costruisci una squadra per sopravvivere, finisci inevitabilmente per pagare il conto contro avversari più forti. Basta un errore per andare sotto. Manca la qualità per reagire. Le occasioni si contano sulle dita di una mano.
Abate ha le sue responsabilità e sarebbe bene che lo capisse in fretta. Meno integralismi, meno dogmi e più concretezza.
Ma la domanda resta sempre la stessa: quante volte ancora dovremo assistere a questo film?
E se tutto questo vi sembra già visto, non è una sensazione.
È esattamente ciò che scrivevamo nel precedente articolo dedicato al Torino. Quello di Pinocchio, del Gatto e della Volpe. Chi non l’ha letto vada a recuperarlo, perché purtroppo è ancora terribilmente attuale.
Non staremo qui a riscrivere la stessa favola. La conoscete già.
Cambiano gli allenatori, cambiano i direttori sportivi, cambiano i giocatori, ma il finale resta sempre uguale. Si promette un Torino più forte, più ambizioso, più competitivo. Poi arriva il campo e racconta un’altra storia.
Una squadra che fatica a creare occasioni, che va regolarmente in svantaggio, che commette errori evitabili e che sembra sempre costretta a rincorrere.
Perché alla fine cambiano gli attori.
Ma il regista è sempre lo stesso.
E finché il Torino sarà gestito con l’obiettivo prioritario di far quadrare i conti invece che costruire una squadra competitiva, la sensazione sarà sempre quella.
Un’altra stagione passata a galleggiare.
E i tifosi granata meritano molto di più.–
romo


squadra di zombie meritano solo la Serie B Vergogna!
“QUEST’ANNO VOGLIO FINIVE ALLA GVANDISSIMA!!!”