PIU’ DI UNA FASCIA AL BRACCIO

PIU’ DI UNA FASCIA AL BRACCIO: QUANDO LA MAGLIA DIVENTA APPARTENENZA.


Ci sono giocatori che entrano nel cuore dei tifosi, che restano nella storia della squadra.
Indossare una maglia non significa solo scendere in campo. Significa riconoscersi nei suoi
colori, nella sua gente, nella sua storia, andando oltre a presenze e risultati. Giorgio Ferrini è
riuscito a essere tutto questo per il Torino. E ancora oggi lo è.


Il capitano dei capitani ci lasciava l’8 novembre di cinquant’anni fa. Il suo ricordo è ancora
estremamente vivo.
Ferrini arriva a Torino quindicenne e cresce al Filadelfia col mito del Grande Torino, come
sottolinea anche sua figlia Cristiana Ferrini: “i suoi eroi erano i giocatori del Grande Torino. Si
era fatto cucire dalla mamma una maglia granata con il numero otto e rimase sconvolto dalla
tragedia di Superga”.


Centrocampista soprannominato la Diga, fu anche allenatore, capitano della squadra e campione d’Europa con la nazionale nel 1968. “Ha amato il Torino più di qualunque altra cosa al mondo. E per il Torino lui ha dato la vita. Non si è risparmiato mai”, ricorda la figlia.
In un mondo in cui i giocatori cambiano spesso maglie e le carriere si accorciano rapidamente,
cosa rende un uomo capace di restare per sempre nella storia di una squadra?
Ferrini non era solo un uomo di record: incarnava pienamente lo spirito Toro.

Celebre è il ricordo di Paolo Pulici: “Da giovanissimo, nelle mie prime partitelle d’allenamento con la prima squadra
venivo sempre marcato da Giorgio Ferrini che, per obbligarmi a tenere i gomiti alti, mi riempiva
di pugni ai fianchi. Un giorno non ce la feci più e con un gomito troppo alto colpii Giorgio al naso
facendolo sanguinare. Lui allora mi disse: “Adesso sì che sei del Toro””.
Il capitano era un guerriero in campo, sapeva farsi rispettare, ma poteva contare anche sulla
protezione dei compagni. Perché, in fondo, l’appartenenza granata non si indossa
semplicemente: la si costruisce insieme.
Non c’era grande distinzione tra la vita dentro lo spogliatoio e quella privata. “Anche le mogli
erano molto unite: si scambiavano ricette, consigli, nomi di medici. Credo che questo
contribuisse a rendere lo spogliatoio ancora più unito”, racconta Cristiana che aggiunge: “Ci si
ritrovava intorno a una tavola con del buon cibo, si cantava, qualcuno prendeva la chitarra. Era
una vita molto semplice. Con i Sattolo e i Cereser si mangiava e si cantava tutti insieme, adulti e
bambini”.


Oltre al carattere forte e deciso che mostrava in campo, Ferrini era un burlone, ma anche una
persona capace di aiutare gli altri senza cercare riconoscimenti. “L’episodio più significativo è
quello di un ragazzo africano al quale aveva pagato gli studi universitari e che poi è diventato
medico”, dice la figlia. Sapeva di essere una persona privilegiata ma questo non lo ha mai
portato a sentirsi superiore agli altri.
Tutti i ricordi di chi lo ha conosciuto ci restituiscono la figura di un uomo che è andato oltre al suo ruolo da capitano. Il legame con i colori granata, con i compagni e il suo modo di vivere il calcio lo rendono parte della storia e dell’identità del Torino.

Una fascia al braccio può identificare un capitano, ma è ciò che si lascia dietro a renderlo una bandiera.
Lo spirito Toro non smette mai di vivere, nemmeno dopo cinquant’anni.

Paola Giorza Osservatorio Granata

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Mauro
Mauro
1 ora fa

Grazie per il bell’articolo.

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