Abate al bivio, Cairo già cerca …

Torino-Udinese, il vero campionato comincia oggi. Abate al bivio, Cairo già cerca i colpevoli

Torino-Udinese non è una partita come le altre. O almeno, non dovrebbe esserlo. Perché per il Toro di Abate questa sfida rappresenta molto più di una semplice giornata di campionato: è uno spartiacque, il momento in cui si prova a voltare pagina e a cominciare finalmente una stagione che, per certi versi, non è mai davvero iniziata.
Il vero campionato del Torino comincia oggi. Non per una questione di calendario, ma per una ragione che a Torino conosciamo fin troppo bene: il mercato di Cairo, con la consueta abitudine di completare la rosa quando il campionato è già cominciato, finisce per svuotare di significato proprio il periodo più importante della preparazione. Si fa il ritiro, si lavora sulla squadra, si provano schemi e automatismi. Poi arrivano gli ultimi giorni di mercato, cambiano gli interpreti e l’allenatore si ritrova a dover ricominciare da capo. Altro che preparazione estiva: se i giocatori arrivano quando la stagione è già partita, il lavoro fatto in estate rischia di diventare un esercizio teorico.
E così, dopo un avvio fatto di alti e bassi, con più bassi che alti, la pausa di tre settimane può rappresentare per Abate una sorta di secondo ritiro. Finalmente il tempo per lavorare, conoscere meglio gli uomini a disposizione, correggere gli errori e provare a dare un’identità a una squadra che finora è apparsa troppo spesso incompleta, discontinua e priva di una direzione precisa.
Certo, tre settimane non fanno miracoli. Ma possono bastare per mettere qualche punto fermo. Ed è esattamente quello che ci si aspetta dall’allenatore granata.
L’Udinese è un esame vero, non una partita da archiviare. Parliamo di una squadra che, per ambizioni e collocazione nella classifica di questo campionato, appartiene a quella fascia nella quale il Torino dovrebbe riuscire a competere: non una corazzata, ma nemmeno un avversario da sottovalutare. Una di quelle formazioni che si muovono nella terra di mezzo, tra il decimo e il quattordicesimo posto, dove spesso si misura la differenza fra una stagione dignitosa e una stagione anonima.
Vincere sarebbe importante. Farlo convincendo, ancora di più. Perché il Torino ha bisogno di punti, naturalmente, ma anche di autostima, di certezze e di una prestazione che restituisca ai giocatori la sensazione di essere una squadra. Una vittoria contro un’avversaria di questo livello potrebbe dare quella spinta morale necessaria per affrontare il resto del campionato con uno spirito diverso.
Senza dimenticare, però, che questa rosa presenta limiti oggettivi. E sarebbe un errore pensare che basti una pausa per cancellarli.
L’attacco è il problema più evidente. Con Zapata alle prese con i suoi problemi fisici, Adams da valutare e Pellegri appena ristabilito da un grave infortunio, le alternative si riducono sensibilmente e Simeone rischia di essere l’unico riferimento offensivo pienamente disponibile. Una situazione che limita le possibilità dell’allenatore e rende ancora più complicato trovare soluzioni alternative quando la partita non si mette sui binari desiderati.
Non si può chiedere ad Abate di inventarsi dal nulla quello che il mercato non gli ha messo a disposizione. Si può, però, pretendere che riesca a valorizzare al meglio le risorse che ha. Ed è soprattutto a centrocampo che il tecnico deve dimostrare di saper incidere.
Il centrocampo è il reparto nel quale Abate ha più possibilità di intervenire. Le alternative non mancano e, proprio per questo, diventa difficile accettare che non si trovi una combinazione capace di garantire equilibrio, qualità e continuità. In mezzo al campo si costruisce la personalità di una squadra: si decide se aggredire, se accompagnare l’azione, se proteggere la difesa e se riuscire a portare palloni giocabili agli attaccanti.
In questo contesto, Casadei merita un discorso particolare. A mio giudizio dovrebbe essere un titolare praticamente fisso. Ha caratteristiche che possono risultare preziose per dare sostanza e presenza al reparto, ma soprattutto rappresenta una soluzione sulla quale costruire, anziché una semplice alternativa da utilizzare a seconda delle circostanze. Abate deve individuare un assetto stabile e insistere su quello, senza trasformare ogni partita in un esperimento.
L’altro grande interrogativo riguarda la difesa. Tre uomini o quattro? Il dibattito è aperto, ma la questione non può essere risolta soltanto sulla carta. Bisogna capire quali siano le caratteristiche dei difensori a disposizione, quali garanzie offrano nell’uno contro uno e quanto possano reggere quando la squadra viene attaccata negli spazi.
La difesa a tre non è necessariamente un limite, così come quella a quattro non è automaticamente una soluzione. Tuttavia, considerata la necessità di trovare maggiore ordine e un’identità riconoscibile, Abate dovrebbe cominciare a valutare seriamente la seconda possibilità. Anche perché, se la qualità individuale del reparto non è eccelsa, il sistema deve almeno aiutare i giocatori, proteggerli e ridurre al minimo gli errori.
Il punto è proprio questo: non serve inseguire il modulo perfetto, ma trovare quello più adatto agli uomini disponibili. E poi lavorarci sopra, con continuità.
Il problema, però, non è soltanto tecnico. È anche societario. Ed è qui che la vicenda assume contorni persino paradossali.
Cairo si è detto molto deluso dall’inizio del campionato. Una dichiarazione che, presa isolatamente, potrebbe anche sembrare legittima: un presidente ha il diritto di aspettarsi risultati migliori. Ma la domanda è un’altra: da dove nasce questa delusione? E soprattutto, chi avrebbe la responsabilità di aver messo il Torino nelle condizioni di partire così?
Perché raccontare le difficoltà della squadra senza partire dalla costruzione della rosa significa guardare il problema dalla parte sbagliata. Se il mercato viene completato a campionato iniziato, se l’allenatore deve assemblare i pezzi mentre gli altri hanno già cominciato a lavorare sui meccanismi, se le lacune della squadra restano evidenti, allora non si può far finta che tutto dipenda dal tecnico o dai giocatori.
Abate non ha costruito questa rosa da zero. Non ha deciso tempi e modalità delle operazioni di mercato. Non può essere considerato il responsabile unico di una partenza complicata quando una parte del problema risiede proprio nelle condizioni in cui gli è stato chiesto di lavorare.
E qui entra in gioco anche Petrachi, insieme a chi ha avuto la responsabilità di allestire la squadra. Se l’obiettivo dichiarato era quello di vivere una stagione migliore delle precedenti, bisognava comportarsi di conseguenza. Non bastano le ambizioni proclamate, le dichiarazioni e le aspettative: servono giocatori adeguati, una rosa equilibrata e un mercato condotto con tempi compatibili con le esigenze dell’allenatore.
Voler fare la stagione migliore di sempre e poi presentarsi con una rosa incompleta è una contraddizione difficile da giustificare.
Il rischio, a questo punto, è che si stia preparando il solito copione: quando le cose non funzionano, la responsabilità scivola progressivamente verso la panchina. L’allenatore diventa il primo indiziato, i giocatori finiscono sotto processo e chi ha costruito la squadra si mette al riparo dietro la delusione per i risultati.
Sarebbe una comoda operazione di scaricabarile. E sarebbe anche profondamente ingiusta.
Abate, naturalmente, deve fare la sua parte. Nessuno gli chiede immunità dalle critiche. Se il Torino continuerà a giocare male, se non emergeranno un’identità e un’organizzazione, sarà giusto chiedergli conto del suo lavoro. Ma prima bisogna concedergli condizioni ragionevoli per lavorare e giudicarlo per quello che è realmente in grado di fare con gli uomini che ha a disposizione.
È questo il confine che Cairo sembra dimenticare: l’allenatore può essere responsabile di come gioca la squadra, ma non può essere considerato l’unico responsabile della squadra che gli viene consegnata.
Torino-Udinese, allora, diventa una partita fondamentale per tutti. Per Abate, che deve dimostrare di aver sfruttato la pausa per dare una svolta al gruppo. Per i giocatori, che devono dimostrare di poter essere più di una squadra intermittente. Per la società, che dovrebbe finalmente misurare le proprie ambizioni sulla qualità delle decisioni prese e non soltanto sui risultati attesi.
Il campionato del Torino ricomincia oggi. È il momento di capire se queste tre settimane siano servite davvero a mettere ordine, a trovare un undici credibile e a dare una direzione alla stagione.
Ma, qualunque sia il risultato, una cosa deve essere chiara: se il Torino vuole davvero disputare il miglior campionato possibile, deve cominciare a costruirlo dal mercato, non dalle giustificazioni.
Perché non si può pretendere una grande stagione dopo aver tolto all’allenatore una parte fondamentale della preparazione e poi lamentarsi se la squadra non è ancora una squadra.
E soprattutto, non si può continuare a confondere le ambizioni con i proclami. A Torino, di proclami, ne abbiamo sentiti fin troppi.

romo

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