Torino-Como: vista dalla Maratona


**Torino-Como: vista dalla Maratona**

Sorelle e fratelli granata, ebbene sì, ci siamo illusi. Ci hanno illusi. Ci abbiamo sperato. Invece, alla fine, abbiamo preso tre gol e il risultato ci penalizza oltremodo.

Il rammarico sono quelle due o tre occasioni da gol nel secondo tempo, ancora sull’1-0, che avrebbero cambiato la storia di questa partita. Bisogna essere contenti e felici di questa prestazione, dei ragazzi e di Abate, e anche fieri di come i ragazzi si impegnano.

Perché questa è la contraddizione che accompagna da anni il nostro Toro: da una parte la rabbia per una società che continua a non essere all’altezza delle ambizioni di una tifoseria straordinaria, dall’altra l’orgoglio per una squadra che, pur con tutti i suoi limiti, prova a stare in campo, a lottare e a giocarsela anche contro avversari che sulla carta hanno una qualità nettamente superiore.

E contro il Como questa sensazione l’abbiamo vissuta fino in fondo. Per una parte della gara abbiamo accarezzato il sogno di portare a casa un risultato importante, di mettere in difficoltà una formazione costruita con ben altre risorse e di dimostrare che, almeno sul campo, il cuore e l’impegno possono ancora fare la differenza. Poi la realtà ci ha riportati bruscamente con i piedi per terra: tre gol subiti, una sconfitta pesante nel punteggio e l’amara sensazione di aver visto sfumare qualcosa che, per un momento, sembrava davvero possibile.

Il calcio, però, non si giudica soltanto dal risultato finale. Ci sono partite nelle quali si perde e si esce dal campo arrabbiati con tutti, e altre nelle quali si perde ma si riconosce il valore di quello che si è visto. Questa, almeno per quanto mi riguarda, appartiene alla seconda categoria. I ragazzi hanno dimostrato applicazione, sacrificio e voglia di lottare. Abate merita di essere apprezzato per il lavoro che sta cercando di portare avanti, perché allenare il Torino di oggi significa fare i conti con una rosa che non sempre offre le alternative e la qualità necessarie per competere alla pari con le squadre più attrezzate. Possiamo essere delusi dal risultato, ma non dobbiamo vergognarci di essere orgogliosi della prestazione. Anzi, dobbiamo esserlo ancora di più, proprio perché conosciamo bene le difficoltà che questa squadra si porta dietro.

Per capire bene cos’è il Torino FC di Cairo, bisogna tornare indietro di qualche anno e, precisamente, a un derby giocato in casa nel 2024. Lazaro, a tempo ormai scaduto, ha sulla testa il pallone dell’1-0 e, praticamente solo davanti alla porta, lo scaraventa sopra la traversa. L’odiato Juric, allora tecnico del Torino, disse una frase sull’occasione sprecata che è la sintesi di 21 anni di dirigenza cairota:

«Se un giocatore lo paghi un milione, vale un milione!»

Noi neanche li paghiamo: ce li facciamo prestare!

Quella frase racchiude una verità che noi tifosi granata conosciamo fin troppo bene. La qualità dei giocatori non si inventa, così come non si costruisce una squadra competitiva mettendo insieme undici uomini e sperando che, per qualche strana combinazione, tutto funzioni. Il valore di una rosa dipende dagli investimenti, dalla capacità di individuare i profili giusti, dalla programmazione e dalla volontà di alzare progressivamente il livello della squadra. Se si vuole competere, bisogna mettere a disposizione dell’allenatore giocatori capaci di fare la differenza nei momenti decisivi, quando la partita si gioca su un pallone, su un’occasione, su un gesto tecnico che separa una vittoria da una sconfitta.

Il problema del Torino, secondo noi, è proprio questo: da troppi anni sembra mancare la volontà concreta di costruire una squadra che possa guardare oltre la semplice sopravvivenza in Serie A. Si cerca di ottenere il massimo con risorse limitate, si punta sulle occasioni di mercato, sui prestiti, sui giocatori da rilanciare e sulle scommesse. Qualche volta va bene (poche), altre volte no. Ma una società ambiziosa non può affidare il proprio futuro alla speranza che ogni operazione si riveli quella giusta. Il salto di qualità richiede investimenti, continuità e una strategia chiara. E soprattutto richiede la volontà di trattenere i migliori, di rinforzare i reparti che ne hanno bisogno e di non ricominciare ogni stagione da capo.

La differenza tra Toro e Como è questa! Denaro investito, giocatori di qualità, un progetto a breve, medio e lungo termine sono tutte variabili che non appartengono al Torino FC. Non si tratta soltanto di una serata storta o di un risultato che brucia: si tratta di due modi differenti di intendere il calcio, di costruire una squadra e di immaginare il futuro. Da una parte c’è una società che ha scelto di investire per crescere, dall’altra un Torino che da troppo tempo sembra accontentarsi di restare dentro un equilibrio economico e sportivo che non produce il salto di qualità che la tifoseria aspetta.

Guardare il Como significa inevitabilmente fare un confronto con ciò che il Torino potrebbe e dovrebbe essere. Non chiediamo di spendere cifre folli o di inseguire modelli irrealizzabili. Il denaro, da solo, non garantisce i risultati, ma senza investimenti adeguati diventa molto più difficile costruire una rosa competitiva. Servono giocatori di qualità, servono alternative credibili in panchina e serve un progetto capace di guardare a più stagioni, non soltanto alla prossima finestra di mercato. Il Como, in questo senso, è un esempio scomodo per la gestione cairota: la dimostrazione che si può provare a costruire qualcosa di diverso, puntando su una crescita ambiziosa e mettendo a disposizione risorse importanti.

Se poi torniamo alla partita, con questa rosa aver tenuto il campo ed essere riusciti ad arrivare a fine gara resistendo a una corazzata, a una squadra che è tra le prime quattro del campionato e che gioca la Champions, insomma, io sono uscito felice della partita vista e della prestazione massima del Toro. Il rammarico è non aver fatto il 2-0.

Perché è proprio qui che dobbiamo fermarci a riflettere. Se fosse arrivato il secondo gol, il Como avrebbe dovuto scoprirsi ancora di più, avrebbe avuto la pressione del risultato e noi avremmo potuto affrontare il finale con un vantaggio più rassicurante. Invece non siamo riusciti a concretizzare le occasioni e, contro una squadra con giocatori di qualità e alternative importanti, pagare questi errori diventa inevitabile. Avevamo visto una squadra capace di soffrire, di difendersi e di provare a colpire, e non era poco, considerando il divario tra le due rose. Ma contro le grandi squadre non basta fare una buona prestazione: bisogna saper sfruttare le occasioni che capitano, perché non sempre se ne presentano molte e non sempre si riesce a mantenere il controllo della partita fino alla fine.

Eppure, nonostante i tre gol subiti, non riesco a cancellare la sensazione positiva che mi ha lasciato il Toro visto in campo. Sono uscito dallo stadio con la consapevolezza che i ragazzi hanno dato quello che potevano dare e che Abate sta provando a ottenere il massimo da un gruppo che ha bisogno di sostegno e fiducia. Questo non significa ignorare gli errori o accontentarsi delle sconfitte. Significa distinguere le responsabilità di chi scende in campo da quelle di chi, da anni, ha il compito di costruire una squadra all’altezza della sua storia. Una buona prestazione non può diventare un alibi per la società, così come una sconfitta non deve cancellare il lavoro della squadra.

Una nota a margine, che è l’unica positiva della serata: vi immaginate che orgasmo avrebbe avuto il Masiota in caso di vittoria? Il Como è un nervo scoperto, l’antitesi del suo modus operandi. Mai avrei voluto sentirlo pavoneggiarsi e autocelebrarsi in sala stampa, usando un’eventuale vittoria per magnificare la propria gestione e rispondere alle critiche di chi, da anni, chiede un Torino all’altezza della sua storia. Il rischio sarebbe stato proprio questo: trasformare novanta minuti in un’operazione di propaganda, facendo passare un risultato positivo come la dimostrazione che tutto va bene e che i tifosi dovrebbero soltanto stare zitti e applaudire.

Per questo, al netto della sconfitta, Cairo, portati a casa i 14 gol che ti sei preso dal Como nelle ultime tre partite. Sono numeri che fanno male e che, almeno, risparmiano alla Maratona l’ennesima conferenza stampa di autocelebrazione. Il confronto con il Como racconta la distanza tra chi investe, costruisce e prova a programmare il futuro e chi, da ventun anni, continua a chiedere pazienza a una tifoseria che ne ha avuta fin troppa.

Noi non pretendiamo miracoli, ma non possiamo neppure accettare che l’ambizione venga sempre trattata come una richiesta fuori luogo. Chiediamo una società che abbia ambizioni vere, che investa nella squadra e che dimostri concretamente di voler crescere.

Cairo, dopo ventun anni, la pazienza è finita. Il Torino merita di più, la Maratona merita di più e questa storia non può continuare all’infinito.

**E SOPRATTUTTO VATTENE!!!!**–

romo

Condividi l'articolo
0 0 voti
Valutazione dell'articolo
Iscriviti
Notificami
guest

1 Commento
Vecchi
Più recenti Le più votate
Mauro
Mauro
18 ore fa

Il Como è impegnato su tre fronti: campionato(zona Champions), champions league(ha da poco rifilato quattro pere allo United), coppa Italia. Ce ne ha date tre perché è un po’ stanco e comunque ha spinto fino alla fine della partita. Noi abbiamo solo il campionato da fare: restano ventinove partite da giocare e ventisette punti per salvarci. Il proprietario del nostro Toro deve andarsene!

News correlate

1
0
Esprimete la vostra opinione commentando.x